Oggi sono in Trentino con la mia famiglia.
Siamo in un parco giochi acquatico in montagna, ci sono mia moglie, i bambini e i nostri cani. Un posto bellissimo, una giornata da passare insieme.
I cani possono entrare. Non c’è nessun divieto. Anzi, c’è molta tolleranza e diverse persone si avvicinano volentieri per accarezzarli.
Eppure, a un certo punto, mi sono ritrovato a pensare a una cosa: il senso di responsabilità è una qualità o un limite?
Perché mentre mia moglie accompagna i bambini a divertirsi, io mi occupo dei cani.
Non perché qualcuno me lo abbia imposto.
Non perché non possano stare lì.
Ma perché sento la responsabilità di fare in modo che i miei cani non diventino un problema per gli altri.
Ed è proprio questo il punto.
La responsabilità ti fa fare cose che nessuno ti ha chiesto di fare
Sul lavoro ho sempre considerato il senso di responsabilità una delle caratteristiche più importanti di una persona.
Essere responsabili, per me, significa non limitarsi a fare ciò che qualcuno ti ha chiesto.
Se c’è un problema, te ne occupi.
Se qualcosa deve essere finito, lo finisci.
Se hai preso un impegno, cerchi di rispettarlo anche quando nessuno ti sta controllando.
In un’azienda questa caratteristica può fare una differenza enorme.
E non è soltanto una mia impressione.
In psicologia esiste un tratto della personalità chiamato conscientiousness, traducibile più o meno come coscienziosità. Comprende caratteristiche come affidabilità, autodisciplina, perseveranza, capacità di perseguire un obiettivo e senso di responsabilità verso gli obiettivi condivisi.
Una grande revisione scientifica che ha raccolto 92 meta-analisi, più di 2.500 studi e oltre 1,1 milioni di persone ha mostrato che la coscienziosità è uno dei più importanti predittori non cognitivi della performance lavorativa.
In altre parole, essere persone sulle quali gli altri possono contare funziona.
E parecchio.
Il problema nasce quando quella stessa caratteristica esce dall’ufficio.
Chi decide quando hai fatto abbastanza?
Torniamo ai miei cani.
Sono io che ho deciso di averli.
Di conseguenza considero mia la responsabilità di gestirli.
Fin qui tutto perfettamente logico.
Ma fino a dove arriva questa responsabilità?
Devo semplicemente evitare che disturbino qualcuno?
Oppure devo evitare persino la possibilità che possano disturbare qualcuno?
Perché sono due cose molto diverse.
Nel primo caso reagisco a un problema reale.
Nel secondo comincio ad anticipare tutti i problemi possibili.
E quindi scelgo dove sedermi.
Valuto dove posso andare.
Controllo chi ho vicino.
Mi preoccupo che il cane non si avvicini alla persona sbagliata.
Magari rinuncio a fare qualcosa con i miei figli.
Nessuno me lo ha chiesto.
Nessuno si è lamentato.
Il problema, in quel momento, esiste soprattutto nella mia testa sotto forma di possibilità.
Ed è qui che una virtù può lentamente trasformarsi in un peso.
Quando la responsabilità incontra il bisogno di controllo
In psicologia esiste un concetto interessante chiamato inflated responsibility, senso di responsabilità amplificato.
È stato studiato soprattutto nell’ambito dei disturbi d’ansia e del disturbo ossessivo-compulsivo, quindi non significa affatto che essere molto responsabili equivalga ad avere un disturbo.
Il concetto interessante è un altro.
Una delle definizioni utilizzate dai ricercatori descrive questa forma di responsabilità come la convinzione di avere un ruolo determinante nel provocare oppure nell’impedire conseguenze negative.
Tradotto nella vita quotidiana:
“Se posso evitare che qualcosa vada storto, allora è mia responsabilità impedirlo.”
Ed è una frase molto più impegnativa di quanto sembri.
Perché le cose che potremmo evitare sono praticamente infinite.
Potrei controllare ancora una volta.
Potrei essere più prudente.
Potrei pensarci io.
Potrei rinunciare.
Potrei assicurarmi che nessuno venga disturbato.
Potrei prevedere anche quell’eventualità.
E il confine tra responsabilità e controllo diventa sempre più sottile.
Il paradosso delle persone responsabili
Forse il vero paradosso è questo.
Sul lavoro il senso di responsabilità ti dà libertà.
Se le persone sanno che possono fidarsi di te, hanno meno bisogno di controllarti. Ti vengono affidati problemi più complessi, puoi prendere decisioni, diventi autonomo.
Nella vita privata può succedere esattamente il contrario.
Più cose senti sotto la tua responsabilità, meno ti senti libero.
Perché ogni possibilità diventa qualcosa da valutare.
Ogni rischio qualcosa da prevenire.
Ogni conseguenza qualcosa che avresti forse potuto evitare.
E c’è una differenza enorme tra:
“Sono responsabile delle conseguenze delle mie azioni.”
e
“Sono responsabile di tutto ciò che avrei potuto prevedere ed evitare.”
La prima frase descrive, secondo me, una persona responsabile.
La seconda rischia di descrivere una persona che porta sulle proprie spalle molto più di quanto dovrebbe.
Forse la responsabilità ha bisogno di un confine
Non credo che la soluzione sia diventare meno responsabili.
Io non vorrei esserlo.
Continuo a pensare che prendersi cura delle proprie cose, delle persone, degli animali e degli impegni presi sia uno dei valori più importanti.
Forse, però, dobbiamo imparare ad accettare che essere responsabili non significa avere tutto sotto controllo.
Oggi i miei cani sono ammessi in questo parco.
Sono tranquilli.
Io li controllo.
Se qualcuno ha paura dei cani, naturalmente farò in modo di non disturbarlo.
Questa è responsabilità.
Rinunciare preventivamente a qualcosa perché forse qualcuno potrebbe essere infastidito, anche quando non c’è alcun segnale che questo stia accadendo, forse è già qualcosa di diverso.
E mentre guardavo mia moglie andare con i bambini mi sono reso conto che probabilmente il confine è proprio lì.
Essere responsabili significa occuparsi delle conseguenze ragionevolmente prevedibili delle proprie azioni. Non significa sentirsi responsabili di ogni possibile conseguenza.
È una distinzione sottile.
Sul lavoro, il mio senso di responsabilità mi ha aiutato moltissime volte a raggiungere risultati che probabilmente non avrei ottenuto altrimenti.
Nella vita privata, invece, sto iniziando a chiedermi se qualche volta non dovrei concedermi una cosa molto più difficile:
fare quello che ragionevolmente posso, e poi accettare che non tutto dipende da me.
Forse la vera maturità non consiste nell’assumersi sempre più responsabilità.
Forse consiste anche nell’imparare a capire quali sono davvero le nostre.


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