Quando il tempo finalmente c’è… ma la tua mente continua a correre

Per oltre vent’anni la mia vita è stata una corsa continua intervallata solo dalle vacanze estive, che ho sempre affrontato con fatica i primi giorni, perchè sentivo di essere di fretta e non ne capivo il perchè.

Telefonate, clienti, collaboratori, riunioni, decisioni da prendere, problemi da risolvere, emergenze che sembravano sempre più urgenti delle precedenti. Da imprenditore prima e da dirigente poi, era normale iniziare una giornata con una lista di cose da fare e finirla con una lista ancora più lunga.

Poi, improvvisamente, qualcosa è cambiato.

Ho venduto l’azienda che avevo fondato e, negli ultimi mesi, sono uscito definitivamente dal mio ruolo operativo. Ho iniziato a incontrare persone, valutare nuovi progetti, immaginare il prossimo capitolo professionale. Non sono rimasto fermo, anzi.

Eppure oggi mi capita una cosa strana.

Finisco un appuntamento e potrei fermarmi a bere un caffè.

Potrei andare in palestra.

Potrei fare una passeggiata.

Potrei perfino concedermi un’ora senza fare assolutamente nulla o guardare quel film su Disney+ che ho messo nella lista dei preferiti 2 anni fa.

Invece mi ritrovo quasi sempre a tornare a casa.

Ad accendere il computer.

A cercare qualcosa da fare.

La parte curiosa è che, molte volte, non c’è davvero nulla di urgente.

E allora mi sono fatto una domanda: perché?

Quando il problema non è il lavoro

Per molto tempo ho pensato che fosse semplicemente senso del dovere.

Poi ho iniziato a leggere alcuni studi di psicologia e neuroscienze e ho scoperto che quello che sto vivendo è molto più comune di quanto immaginassi.

Il nostro cervello è una macchina straordinaria, ma ha un difetto: si abitua.

Se per vent’anni vivi in uno stato di continua attività, il tuo cervello finisce per considerarlo la normalità.

Quando quel ritmo rallenta, invece di rilassarsi, interpreta quella situazione come qualcosa di insolito.

È come se dicesse:

“Attenzione… c’è qualcosa che non va. Dovresti fare qualcosa.”

E così nasce quella sensazione difficile da descrivere.

Non è ansia.

Non è paura.

Non è nemmeno voglia di lavorare.

È un senso costante di incompiuto.

Come se ci fosse sempre un’attività che hai dimenticato.

Il cervello ama le cose lasciate a metà

Esiste un fenomeno psicologico chiamato Effetto Zeigarnik.

In parole semplici, il nostro cervello tende a ricordare molto meglio tutto ciò che è rimasto incompleto rispetto a ciò che è già stato concluso.

Ora immaginate cosa succede dopo una vita passata a gestire decine di progetti contemporaneamente.

Anche quando il calendario si svuota, la mente continua a cercare il prossimo problema da risolvere.

È un’abitudine.

Quasi un riflesso condizionato.

C’è anche un’altra trappola

Chi costruisce un’azienda o ricopre ruoli di responsabilità finisce spesso, senza accorgersene, per identificarsi con ciò che fa.

Non sei semplicemente una persona.

Sei quello che prende decisioni.

Quello che risolve problemi.

Quello che viene chiamato quando le cose si complicano.

Per anni ricevi conferme continue del tuo valore proprio perché sei utile.

Poi, improvvisamente, il telefono squilla meno.

Le emergenze diminuiscono.

Il calendario si alleggerisce.

E una parte di te inizia quasi a chiedersi:

“Se oggi non sto risolvendo problemi… sto facendo abbastanza?”

È una domanda silenziosa.

Ma pesa molto più di quanto immaginiamo.

La falsa sensazione di produttività

Mi sono accorto di una cosa che mi ha fatto sorridere.

A volte torno a casa convinto di avere mille cose da fare.

Accendo il computer.

Controllo la posta.

Rileggo qualche documento.

Sposto qualche file.

Leggo qualche notizia.

Rispondo a due messaggi.

Passa un’ora.

E mi accorgo che, in realtà, non era successo nulla che non avrebbe potuto aspettare mezza giornata, o addirittura, il giorno dopo.

Non avevo bisogno del computer.

Avevo bisogno della sensazione di essere produttivo.

Sono due cose completamente diverse.

Imparare a rallentare è una competenza

Per anni ho pensato che il difficile fosse lavorare tanto.

Oggi credo che, almeno per alcune persone, il difficile sia imparare a rallentare.

Perché rallentare non significa diventare pigri.

Significa riuscire a distinguere tra ciò che è davvero importante e ciò che serve soltanto a tranquillizzare la nostra mente.

Sto ancora imparando.

Qualche volta riesco a fermarmi.

Qualche volta torno comunque al computer.

Ma almeno oggi so riconoscere quella sensazione.

E darle un nome significa già iniziare a gestirla.

Una riflessione per chi si riconosce in queste righe

Se anche tu provi spesso quella sensazione di dover fare sempre qualcosa, forse non sei diventato incapace di riposarti.

Forse hai semplicemente allenato il tuo cervello, per tanti anni, a vivere sempre con il motore acceso.

Le abitudini che ci hanno permesso di raggiungere determinati risultati sono spesso le stesse che, in un momento diverso della vita, rischiano di impedirci di goderci ciò che abbiamo costruito.

Forse la vera sfida non è riempire ogni minuto della giornata.

Forse la vera sfida è riuscire, ogni tanto, a guardare l’orologio e scoprire che non c’è nessuna emergenza.

E che va bene così.

Per anni ho creduto che la libertà fosse avere finalmente il tempo per fare tutto.

Oggi sto iniziando a capire che la libertà più grande è riuscire a non sentire il bisogno di riempire ogni minuto.

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