Como, andata e ritorno: questa volta la ricarica ha funzionato (e so perché)

Qualche settimana fa ho scritto un pezzo piuttosto arrabbiato sul mio primo viaggio lungo in elettrico, quello finito a caccia di colonnine tra l’astigiano e casa, con due Autogrill inutili, un punto di ricarica che esisteva solo sul navigatore e un’app che si rifiutava di prendere i miei soldi.

Adesso però ho il dovere di scrivere l’altra metà della storia, perché altrimenti farei esattamente quello che rimprovero agli altri: raccontare solo la parte che conferma la mia tesi.

Martedì siamo andati fuori porta, con pernottamento in un paesino vicino al lago di Como. Andata, giro in zona, notte fuori e ritorno. E questa volta è filato tutto liscio, al punto che della ricarica quasi non me ne sono accorto. Vale la pena capire perché.

Prima differenza: sono partito con l’auto piena

Non è un dettaglio, è tutto il resto dell’articolo in una riga.

Nel viaggio precedente ero partito poco sotto il cinquanta per cento, convinto che tanto “qualcosa lungo la strada troviamo”. Questa volta sono uscito di casa al cento per cento, e quel cento per cento ha trasformato ogni sosta successiva da necessità in opzione. È la differenza tra dover caricare e poter caricare, e psicologicamente sono due viaggi diversi.

Infatti sull’andata non mi sono fermato. Non perché fossi eroico, ma perché non serviva. E qui viene la parte interessante: ho comunque tenuto d’occhio le aree di servizio sulla A4 Torino-Milano e la colonnina disponibile c’era. Se avessi voluto o dovuto, avrei ricaricato senza alcun problema. Il piano B c’era, semplicemente non ho avuto bisogno di usarlo.

Seconda differenza: l’hotel aveva pensato al parcheggio

Arrivati a destinazione, a un centinaio di metri dall’hotel, c’era un parcheggio con due stalli di ricarica.

Uno era occupato da un’auto a benzina. Piccola parentesi polemica, perché non riesco a farne a meno: parcheggiare un’auto termica in uno stallo di ricarica è come parcheggiare davanti a una pompa di benzina e andarsene a fare la spesa. Non è furbizia, è maleducazione, e in molti paesi è sanzionata. Da noi, per ora, è folklore.

Comunque l’altro stallo era libero. Ho attaccato la macchina, siamo saliti in hotel, abbiamo disfatto le valigie, sistemato le nostre cose con calma. Quando siamo usciti per andare a cena, l’auto era piena. Non “abbastanza carica”: piena, con autonomia sufficiente sia per girare nei dintorni nei giorni successivi sia per rifare tutta la strada verso casa.

Questo è il punto che chi non guida elettrico fatica a visualizzare: la ricarica migliore è quella che avviene mentre stai facendo altro. Non ho perso un minuto. Ho semplicemente parcheggiato in un posto che, invece di essere solo un buco di asfalto, faceva anche qualcosa di utile.

Terza differenza: la sosta di ritorno è durata come un caffè

Sulla strada di casa mi sono fermato al centro commerciale di Vicolungo. Non per ricaricare, ma perché dovevo comprare due cose. Anche lì, due stalli: uno da dieci kilowatt e uno da cinquanta.

Ero al cinquanta per cento di batteria, quindi ho attaccato tanto per non sprecare l’occasione, e sono entrato nel primo negozio. Quando sono uscito, dopo una decina di minuti, la situazione di carica era già tale da rendere il resto del viaggio un non problema.

Nessuna coda, nessuno stallo occupato, nessuna app da scaricare al volo con i bambini che scalpitano in macchina. Ho ricaricato mentre facevo la spesa. Che è, poi, l’unico modo sensato di ricaricare.

La lezione: non serve solo più rete, serve la rete giusta nel posto giusto

Quindi va tutto bene? No, e non voglio passare dall’articolo incazzato all’articolo entusiasta nel giro di una settimana. La verità sta in mezzo, ed è più utile di entrambe le versioni estreme.

Quello che ho capito mettendo insieme le due esperienze è che il problema italiano non è solo la quantità di colonnine, ma la loro distribuzione intelligente. Con il numero di auto elettriche che cresce, la rete deve diventare più capillare, certo, ma soprattutto deve avere la potenza giusta nel contesto giusto.

Due contesti diversi, due esigenze diverse: la potenza va dimensionata sul tempo di sosta, non sul tipo di strada.

In città e nei parcheggi di destinazione, dieci kilowatt vanno benissimo. Anzi, sono perfetti. Se l’auto sta ferma tre ore mentre io sono al cinema, in ufficio, al centro commerciale o in albergo, non me ne faccio nulla di una colonnina ultrafast. Mi serve solo che ce ne siano tante, che funzionino e che non siano occupate da un SUV a gasolio. Lì la parola chiave è capillarità, non velocità.

Sulle arterie di scorrimento veloce, invece, la potenza non è negoziabile. Autostrade, tangenziali, statali importanti: lì la sosta non è un’attività, è un’interruzione. Nessuno si ferma in autostrada perché ha voglia di fermarsi. E la differenza tra i due mondi è enorme: fermarsi in un paesino sperduto dove non c’è niente, con i bambini che non trovano nemmeno un pacchetto di patatine, e aspettare ore, non è la stessa cosa che accostare in un’area di servizio, prendere un caffè, andare in bagno e ripartire con la macchina pronta.

Nel primo caso l’elettrico ti costringe a subire il viaggio. Nel secondo caso, semplicemente, non se ne accorge nessuno.

Dove sono arrivato

Le tre regole che mi ero dato dopo la brutta esperienza hanno retto alla prova dei fatti:

  1. Si parte al cento per cento. Sempre. È la variabile che elimina l’ottanta per cento dei problemi.
  2. Si sa in anticipo dove si può caricare. Non dove si deve, dove si può. Avere due opzioni verificate in testa cambia completamente la tensione del viaggio.
  3. Non si parte in ritardo. Perché il ritardo è quello che ti fa saltare la sosta pianificata e ti fa improvvisare, e improvvisare è dove nasce ogni disastro.

Aggiungo la quarta, imparata a Como: privilegiare le destinazioni che hanno la ricarica. Quando prenoto un hotel oggi guardo il parcheggio come guardavo la colazione. Se c’è una presa, il viaggio si semplifica da solo.

Il resto è un lavoro che non tocca a me, ma a chi la rete la costruisce. E la richiesta è abbastanza semplice: tanti punti lenti dove le persone stanno ferme, pochi punti ma veloci e affidabili dove le persone passano. Se il paese va in questa direzione, tra qualche anno articoli come il mio precedente non avranno più motivo di esistere.

Nel frattempo, io continuo a partire con la batteria piena.

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