Mettiamo subito in chiaro una cosa, perché so già come vanno queste discussioni: questo non è un articolo contro l’elettrico e non è un articolo sulla nostra Leapmotor B10. L’auto ha fatto esattamente il suo lavoro, non si è mai lamentata, non mi ha mai lasciato a piedi e mi ha riportato a casa. Il disastro è tutto intorno: la rete di ricarica pubblica italiana, che nel giorno in cui ne ho avuto davvero bisogno mi ha risposto con un silenzio imbarazzato.
Questa è la cronaca del mio primo viaggio “lungo” in elettrico. Spoiler: sono arrivato a destinazione e sono tornato. Ma il modo in cui ci sono riuscito è il vero contenuto di questo pezzo.
Il peccato originale: partire al cinquanta per cento
Partiamo dalla mia colpa, che è la parte più utile di tutta la storia. Siamo partiti verso l’astigiano con la batteria poco sotto il cinquanta per cento. Il ragionamento che mi sono fatto è quello che si fa tutti quando si è cresciuti a benzina: “vabbè, tanto in autostrada mi fermo, faccio venti minuti di fast e sono a posto”.
È esattamente il pensiero che mi ha rovinato la giornata. Con un’auto termica quel ragionamento funziona perché il distributore c’è sempre, è aperto, ha la pompa che funziona e accetta la tua carta. Con l’elettrico quel ragionamento è un atto di fede.
Aggiungo il secondo dettaglio, quello che nessuno ti racconta nei video entusiasti: faceva caldo, la macchina era parcheggiata al sole e dentro c’erano cinquanta gradi buoni. Prima di far salire i bambini ho dovuto raffreddare l’abitacolo, e quel condizionatore che gira si è preso la sua fetta di batteria. Piccola, ma quando i margini sono stretti anche il piccolo pesa.
Il ritorno, ovvero il tour degli Autogrill
Sulla strada di casa mi fermo al primo Autogrill con colonnine. Impianto spento. Non “occupato”, non “in manutenzione con cartello”: spento.
Vado avanti, secondo Autogrill, seconda area di servizio, seconda speranza. Qui la colonnina c’è ed è pure accesa, peccato appartenga a un circuito che non ho. Scarico l’app sul posto, mi registro, provo a caricare la carta di credito. Errore. Riprovo. Errore. Sono lì, in piedi, con il telefono in mano, i bambini in macchina che chiedono quanto manca, e un’app appena installata che mi dice educatamente di no.
A questo punto ho fatto la cosa che avrei dovuto fare tre ore prima: ho smesso di improvvisare. Esco dall’autostrada, imposto il percorso più breve verso casa e programmo una sosta a una colonnina che il navigatore dell’auto mi dà come presente. Arrivo sul posto. La colonnina, di fatto, non è accessibile. Sulla mappa esisteva, nella realtà no.
Il paesino senza patatine
Apro l’app di Enel X, che nella mia zona resta quella con più punti e dove per fortuna ero già registrato e configurato con PayPal. Finalmente qualcosa che funziona al primo colpo. Il problema è dove mi porta: un paesino sbattuto in mezzo al nulla, dove l’unica cosa aperta era un bar in cui i miei figli non sono nemmeno riusciti a trovare un pacchetto di patatine. Quindici minuti di ricarica, un po’ di autonomia recuperata, e via.
Solo che nel frattempo, per andare a caccia di queste benedette colonnine, avevo allungato il percorso. Risultato: mi ritrovo esattamente nella stessa situazione di prima, con la proiezione di arrivare a casa con una ventina di chilometri di autonomia residua.
Qui potevo tirare dritto. Ce l’avrei fatta, probabilmente. Ma non l’ho fatto per due motivi, entrambi razionali. Il primo è che con due bambini a bordo non ho voglia di scoprire cosa succede se becco una coda o una deviazione imprevista. Il secondo è che portare sistematicamente una batteria vicino allo zero è uno dei modi migliori per accorciarle la vita, e quella batteria è un pezzo di patrimonio familiare, non un accessorio.
Quindi mi fermo di nuovo, a Chieri, in un centro commerciale. E anche qui la beffa: colonnina lenta, dieci kilowatt. Venti minuti per raccogliere le briciole necessarie ad arrivare a casa senza ansia. A casa ci sono arrivato con il dodici per cento, e la prima cosa che ho fatto è stata attaccarla in garage.
Il vero problema non è la lentezza, è il caos
Il punto che mi ha fatto più arrabbiare non è nemmeno il tempo perso. È l’assurdità del sistema.
Io di app ne ho tante. Eppure, davanti a una colonnina, capire a quale circuito appartiene e come diavolo si paga resta un rebus. Ogni operatore ha la sua app, la sua registrazione, la sua logica. Molti ti chiedono di caricare un wallet, cioè di anticipare dei soldi su una piattaforma che appartiene a un fornitore che magari incontrerò una volta sola in vita mia, in un parcheggio che non rivedrò mai più.
Immaginate la stessa cosa con la benzina. Arrivate al distributore e vi dicono che per fare il pieno dovete scaricare l’app di quel marchio, registrarvi, caricare cinquanta euro di credito e poi, forse, la pompa parte. Nessuno lo accetterebbe per due minuti. Nel mondo della ricarica pubblica invece è la normalità, e la si racconta pure come innovazione.
La lezione imparata
Detto tutto questo, la parte onesta dell’articolo è quella in cui ammetto che una buona metà dei miei problemi me li sono creati da solo. Da questa giornata sono uscite tre regole che d’ora in poi valgono come legge in famiglia.
Uno: non si parte senza sapere dove si carica. Non “tanto qualcosa troviamo”. Prima di uscire dal box voglio avere in mente due punti di ricarica concreti sul percorso, verificati sull’app, con l’operatore giusto già attivo sul mio telefono. Un piano A e un piano B, perché il piano A in Italia salta con una frequenza imbarazzante.
Due: non si parte in ritardo. Il ritardo è il moltiplicatore di tutti i problemi. Quando sei in ritardo salti la sosta programmata, tiri dritto, improvvisi, e alla fine perdi molto più tempo di quello che volevi risparmiare.
Tre: si parte al cento per cento, sempre. E se al mattino la macchina non è piena, non parto lo stesso sperando in bene. Preferisco uscire di casa, fermarmi a una colonnina veloce che conosco, vicino a casa, dove so che funziona e so come si paga, e partire con la batteria piena e la testa libera. Venti minuti spesi in un posto che controllo valgono infinitamente più di due ore perse a rincorrere colonnine spente in mezzo al nulla.
L’elettrico per l’uso quotidiano resta una scelta che rifarei domani mattina: si carica di notte in garage, costa una frazione della benzina, è comodo e silenzioso. Ma per il fuori porta il messaggio è chiaro: oggi in Italia la variabile critica non è l’auto, è la rete. E finché la rete resterà questa, il pianificatore devo essere io.
Se poi qualcuno degli operatori legge e vuole spiegarmi il senso profondo del wallet prepagato (a parte l’interesse di monetizzare subito), io sono qui.
Aggiornamento: qualche giorno dopo ho rifatto un viaggio lungo ed è andata molto diversamente.


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