Fare l’imprenditore non ti rende automaticamente felice. E nemmeno ricco.

Per molti anni ho creduto a una delle narrazioni più diffuse nel mondo del lavoro: quella secondo cui mettersi in proprio rappresenta il punto più alto della libertà professionale.

Nell’immaginario collettivo l’imprenditore è una persona indipendente, libera di organizzare il proprio tempo, capace di costruire ricchezza e di decidere il proprio destino. Una figura che lavora tanto, certo, ma che alla fine raccoglie i frutti di tutti i sacrifici fatti.

Dopo oltre vent’anni trascorsi a costruire e guidare un’azienda (e diverse startup) nel settore informatico, posso dire che la realtà è molto più complessa.

La libertà dell’imprenditore è spesso una libertà apparente

Quando si avvia un’impresa si pensa di smettere di avere un capo.

In realtà si scopre presto di averne molti di più.

Ci sono i clienti, i dipendenti, i fornitori, le banche, il fisco, gli enti regolatori, gli investitori e il mercato stesso. Ognuno di questi soggetti esercita una pressione costante sulle decisioni quotidiane.

Da imprenditore era la norma lavorare la sera, nei weekend, durante le vacanze e perfino nei momenti che avrebbero dovuto essere dedicati esclusivamente alla famiglia.

Non perché qualcuno me lo imponesse, ma perché sentivo la responsabilità di far funzionare una macchina che coinvolgeva centinaia di persone.

Il successo ha un costo che raramente viene raccontato

Quando osserviamo un imprenditore di successo vediamo il risultato finale.

Vediamo l’azienda che cresce, il fatturato, i clienti importanti, i riconoscimenti.

Quello che spesso non vediamo sono gli anni trascorsi a convivere con l’incertezza. Non vediamo le notti passate a chiedersi come pagare gli stipendi, le trattative difficili, le scelte impopolari, i momenti in cui ogni decisione sembra comportare rischi enormi.

L’imprenditoria può essere una straordinaria avventura professionale, ma non è una scorciatoia verso la serenità.

Essere ricchi e sentirsi ricchi sono due cose diverse

Un altro mito molto diffuso è che fare impresa porti inevitabilmente a una condizione economica migliore.

Sicuramente esistono imprenditori che hanno creato grandi patrimoni, ma rappresentano una minoranza rispetto al numero totale di persone che avviano un’attività.

Molti imprenditori vivono per anni reinvestendo tutto ciò che guadagnano nell’azienda.

Paradossalmente, capita spesso che il valore dell’impresa cresca mentre la disponibilità economica personale rimane limitata.

Per molto tempo la mia ricchezza è stata principalmente “sulla carta”, legata al valore dell’azienda che avevo costruito, non alla liquidità realmente disponibile.

La vendita dell’azienda mi ha insegnato qualcosa di importante

Nel 2024 ho venduto l’azienda che avevo contribuito a costruire per oltre vent’anni.

È stato un passaggio importante, non solo dal punto di vista professionale ma soprattutto personale.

Per la prima volta ho avuto l’opportunità di osservare il mondo imprenditoriale da una prospettiva diversa.

Ho capito che per molti anni avevo associato una parte significativa della mia identità al ruolo di imprenditore.

Quando quel ruolo cambia, inevitabilmente ci si pone una domanda:

“Chi sono io senza la mia azienda?”

È una domanda che molti imprenditori evitano, ma che prima o poi arriva.

La felicità non coincide con il ruolo professionale

Se c’è una lezione che ho imparato è che la felicità non deriva automaticamente dall’essere imprenditore, dirigente o dipendente.

Deriva dall’equilibrio che si riesce a costruire tra lavoro, famiglia, salute, amicizie e passioni personali.

Per anni ho inseguito obiettivi aziendali sempre più ambiziosi perchè mi immedesimavo quasi totalmente nella mia azienda.

Oggi considero un successo anche poter trascorrere più tempo con mia moglie, vedere crescere i miei figli, godermi una passeggiata con i miei cani o dedicarmi ai miei hobby.

Sono aspetti che spesso trascuriamo mentre siamo impegnati a rincorrere il prossimo traguardo professionale.

Rifarei tutto?

Sì.

Nonostante le difficoltà, rifarei il percorso imprenditoriale.

Mi ha insegnato moltissimo, mi ha permesso di conoscere persone straordinarie e di costruire qualcosa che ha generato valore per clienti, collaboratori e partner.

Ma se oggi dovessi dare un consiglio a chi sogna di mettersi in proprio, sarebbe questo:

Non farlo per diventare ricco.

Non farlo per essere più libero.

Non farlo per ottenere uno status.

Fallo solo se senti davvero il desiderio di costruire qualcosa che ancora non esiste.

Perché l’imprenditoria può regalare grandi soddisfazioni, ma non è una formula magica per la felicità.

Quella, fortunatamente, dipende da molto altro.

Commenti

Rispondi

Scopri di più da Kicco Life

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere