C’è una frase che mi sono ripetuto molte volte nell’ultimo anno e mezzo, in quei momenti in cui il rumore di fondo della vita tace e resti solo con te stesso. “Errare humanum est”. Non come consolazione, non come scusa, ma come un dato di fatto da guardare dritto in faccia.
Ho costruito un’azienda in più di vent’anni, e nel frattempo vissuto tantissimi progetti paralleli, l’ho venduta, e poi ho trascorso quasi due anni a chiedermi se tutto quello che avevo fatto dopo fosse abbastanza. Abbastanza visibile, abbastanza rilevante, abbastanza coerente con l’immagine di chi “ce l’ha fatta”. Ecco il punto: nessuno me lo chiedeva. Me lo chiedevo io. E questa, come avrebbe detto Seneca, è la trappola più antica del mondo.
Lo stoicismo non è roba da professori
Quando sento la parola “stoicismo” la maggior parte delle persone pensa a qualcuno che stringe i denti e non si lamenta. Niente di più sbagliato. Lo stoicismo, nella versione di Seneca, è una pratica mentale concreta, quasi brutale nella sua onestà. Il principio di fondo è semplice: separa ciò che dipende da te da ciò che non dipende da te, e smettila di spendere energia sulle cose che non controlli.
Applicato al fallimento, questo significa una cosa precisa: l’errore che hai commesso è un dato. Il significato che gli dai è una scelta. E quella scelta è tua, non appartiene al mercato, ai tuoi ex soci, ai tuoi competitor, ai commenti su LinkedIn.
Ho sbagliato nel corso della mia carriera imprenditoriale, più volte. Ho preso persone sbagliate in organico. Ho inseguito contratti che non valevano l’energia investita. Ho ritardato decisioni difficili per non creare conflitti, e quei conflitti sono poi esplosi col doppio dell’intensità. Ognuno di questi errori, nell’immediato, sembrava una crepa nel muro. Guardandoli adesso, erano semplicemente le istruzioni per fare meglio la volta successiva. Il problema non era sbagliare. Il problema era la gogna interiore che si attivava subito dopo.
La gogna digitale è solo la versione moderna di qualcosa di antichissimo
Nell’articolo da cui ho preso spunto per questo post, si parla di come i giovani oggi vivano sotto i riflettori permanenti dei social, dove ogni errore rischia di essere amplificato e immortalato. È vero, ed è un peso enorme. Ma sarebbe un errore pensare che questo meccanismo riguardi solo i ragazzi.
Quanti adulti, professionisti, imprenditori conosco che hanno paura di condividere una difficoltà perché temono di “perdere posizionamento”? Quanti evitano di raccontare un progetto fallito perché pensano che intaccherebbe la loro credibilità? La gogna digitale per gli adulti non ha nemmeno bisogno di un post virale. Basta l’autocensura preventiva, quel filtro invisibile che dice “questa cosa non la dico, potrebbe far pensare che non sono sempre sul pezzo”.
Seneca lo chiamava in un altro modo, ma il concetto era identico: vivere in funzione dell’opinione altrui significa cedere le chiavi della propria serenità a persone che spesso non te le hanno mai chieste e non sanno nemmeno cosa farsene.
L’auto-esame serale: il gesto più potente che conosco
Una delle pratiche senecane che ho iniziato ad applicare, in modo quasi inconsapevole all’inizio, è il cosiddetto “tribunale interiore” della sera. Non un momento di autopunizione, ma una revisione onesta della giornata. Cosa ho fatto bene. Cosa ho fatto male. Perché. Senza drammi, senza sentenze.
Ho due figli piccoli e due cagnoloni, che mi hanno fatto ridere e disperare, in base a momenti e situazioni differenti. Guardo loro, e penso a quante volte cadono, letteralmente e figurativamente, e quanto velocemente si rialzano senza portarsi dietro il peso emotivo della caduta. Non è incoscienza. È che non hanno ancora imparato a costruire la narrativa del fallimento intorno a un episodio.
Noi adulti, quella narrativa, l’abbiamo costruita mattone su mattone nel corso degli anni. Smontarla è un lavoro intenzionale. L’auto-esame serale, fatto con onestà e senza crudeltà verso se stessi, è uno degli strumenti più efficaci che conosco per tenere quella narrativa sotto controllo.
Non sei il tuo errore. Ma devi guardarlo bene.
C’è una distinzione sottile ma fondamentale che Seneca suggerisce e che molti fraintendono: avere il diritto all’errore non significa minimizzarlo, non significa usarlo come scudo (“capita a tutti”) o come alibi. Significa non identificarsi con esso.
Tu non sei la trattativa andata male. Non sei il progetto che non ha decollato. Non sei la valutazione che qualcuno ha dato di te in un momento specifico della tua vita professionale o personale. Sei la persona che ha la capacità di guardare tutto questo in faccia, estrarne l’informazione utile, e continuare a muoversi.
Questa è la differenza tra la gestione dell’errore e la sua rimozione. Rimuoverlo significa non imparare nulla. Gestirlo significa trasformarlo in dato strategico, esattamente come farebbe un buon imprenditore con un’analisi di mercato che smentisce le sue ipotesi iniziali.
Cosa insegnare ai figli (e a noi stessi)
Voglio che i miei figli crescano sapendo che la perfezione non esiste, e soprattutto che non è l’obiettivo. Voglio che vedano un padre che sbaglia, che lo riconosce, che ci lavora, e che non crolla. Non perché sia invulnerabile, ma perché ha imparato a non affidarsi al risultato per misurare il proprio valore.
La filosofia di Seneca, calata nel quotidiano di chi deve crescere dei figli, gestire una famiglia, costruire qualcosa di nuovo dopo una lunga stagione imprenditoriale, non è un esercizio accademico. È una pratica di sopravvivenza emotiva. E, nei giorni buoni, è anche qualcosa di più: è una bussola.
Il coraggio di essere imperfetti non è debolezza. È la cosa più difficile e più onesta che si possa scegliere di essere.


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