Un film fatto solo di intelligenza artificiale: come si fa, e le domande che nessuno ha ancora risolto

C’è una scena che mi capita spesso, la sera. Metto a letto i bambini e racconto loro una storia. Da qualche tempo alcune di quelle storie nascono con l’aiuto dell’AI: un’idea, una voce sintetica, due cani golden retriever come protagonisti. Funziona, i bambini ridono, e io resto lì a pensare a una cosa semplice: se posso costruire una favola con queste macchine, dove si ferma il confine? Posso costruire un film intero?

La risposta, oggi, è sì. E proprio perché è sì, vale la pena capire cosa significa davvero, come si fa, e soprattutto perché restano in piedi alcune domande che nessuno (né i tribunali, né le major, né i sindacati) ha ancora chiuso.

Cosa vuol dire “fare un film solo con l’AI”

Partiamo dal disinnescare un equivoco. “Fare un film con l’AI” non vuol dire scrivere una frase e premere invio. Quello produce una clip, non un film. Un film è coerenza: lo stesso volto in cinquanta inquadrature, la stessa luce nella stessa stanza, una voce che resta riconoscibile dall’inizio alla fine, un ritmo che tiene lo spettatore incollato.

Le produzioni AI che girano in rete si dividono in due categorie nette. Alcune sono di ottima qualità e reggono come un cortometraggio vero. Altre sono piene di errori che nessun assistente di produzione lascerebbe passare: il protagonista che cambia faccia da una scena all’altra, le ombre che vanno in direzioni opposte, le mani con un dito di troppo. La differenza tra le due non sta nel modello usato. Sta nel metodo. Ed è qui che il discorso diventa interessante per chi, come me, ha passato venticinque anni a pensare in termini di processo.

Come si fa, in concreto

Il flusso, oggi (giugno 2026), è abbastanza consolidato. Lo riassumo per fasi, perché è esattamente il modo in cui ragionerei se dovessi montare una linea di produzione.

Si parte dalla sceneggiatura e la si scompone in singole inquadrature. I modelli generano clip da pochi secondi: un film non è una ripresa continua, è un mosaico di centinaia di pezzi montati.

Poi viene la fase che decide tutto, quella che separa il dilettante dal professionista: la bibbia visiva. Per ogni personaggio si crea un foglio di riferimento con lo stesso volto in più angolazioni (fronte, profilo, tre quarti). Per ogni ambiente si bloccano palette, materiali e luce. Lo stile si decide una volta sola e lo si applica ovunque. Senza questo lavoro a monte, la coerenza è affidata al caso, e il caso, in un film, perde sempre.

Da lì si costruiscono i fotogrammi chiave (lo storyboard) ancorati a quei riferimenti, e solo dopo li si anima, partendo dall’immagine fissa e mettendola in movimento. Mai descrivere a parole una scena nuova sperando che esca giusta: si blocca la composizione, poi si aggiunge il movimento. È la regola d’oro che ribaltano tutti quelli che poi si lamentano dei risultati.

Restano l’audio (voci coerenti per ogni personaggio, sincronizzazione del labiale, musica, effetti d’ambiente) e il montaggio finale, dove si uniforma il colore e si dà ritmo. Gli strumenti cambiano di mese in mese (oggi si parla di Kling, Veo, Sora, Runway per il video, di ElevenLabs per le voci, di Suno per la musica), ma la sostanza no: il film lo fa il regista, non il software. L’AI è l’assistente più rapido e instancabile che abbia mai avuto un creativo. Le decisioni restano umane.

E questo non è un dettaglio tecnico. È il cuore di tutto il resto.

Il primo nodo irrisolto: di chi è il film?

Qui finisce la parte facile e comincia quella che mi tiene sveglio da imprenditore.

Negli Stati Uniti la questione sembrava di principio, ed è invece diventata di soldi. Il 2 marzo 2026 la Corte Suprema ha rifiutato di esaminare il caso di chi sosteneva che un’AI potesse essere autrice di un’opera. Resta così in piedi la regola: un’opera generata interamente dalla macchina, senza un contributo creativo umano, non è tutelabile dal diritto d’autore. Non appartiene a te, non appartiene a chi ha costruito l’AI. Non appartiene a nessuno.

Leggetela bene, questa frase, perché è enorme. Se produco un film “premendo invio”, quel film è di tutti e di nessuno: chiunque può copiarlo, rivenderlo, rimontarlo, senza che io possa farci niente. Per chi crea, è un incubo. Per chi ha sempre costruito valore proteggibile (un’azienda, un brevetto, un marchio), è un terreno completamente nuovo.

La via d’uscita esiste, ed è coerente con ciò che dicevo sul metodo: il lavoro assistito dall’AI, dove l’essere umano prende decisioni creative reali (seleziona, modifica, arrangia, dirige), può essere protetto. Più controllo creativo eserciti, più solida è la tua tutela. Il prompt da solo è considerato poco più di un’istruzione a un fornitore. La regia, quella sì, è autorialità.

Resta poi la seconda metà del problema, ancora apertissima: i modelli sono stati addestrati sul lavoro di milioni di artisti, spesso senza permesso né compenso. Alcune sentenze recenti hanno aperto al “fair use” per l’addestramento, altre cause sono ancora in corso, e negli Stati Uniti circolano proposte di legge per obbligare le aziende a dichiarare quali opere finiscono nei dati di training. Non è chiuso. È un cantiere.

In Europa il punto di vista è diverso, e tocca direttamente chiunque pubblichi, me compreso mentre scrivo questo articolo. Dal 2 agosto 2026 (con possibile rinvio a dicembre) l’AI Act impone la trasparenza: testi, immagini, audio e video generati o modificati dall’AI dovranno essere chiaramente etichettati come tali. In Italia il quadro si è già mosso, dalla legge nazionale sull’AI fino al codice deontologico dei giornalisti. La logica europea non è “di chi è l’opera”, è “il pubblico ha il diritto di sapere se ciò che guarda è stato fatto da una macchina”. Due filosofie diverse, due continenti, e in mezzo chi crea che deve orientarsi tra entrambe.

Il secondo nodo: cosa succede a chi il cinema lo fa per mestiere

Il caso che ha acceso la miccia ha un nome quasi gentile: Tilly Norwood, la prima “attrice” interamente generata dall’AI, presentata a un festival e subito al centro di una tempesta. Il sindacato degli attori americani, SAG-AFTRA, è stato durissimo: non è un’attrice, hanno detto, è un software addestrato sul lavoro di performer veri, senza permesso e senza compenso, e non risolve alcun problema, ne crea uno nuovo, mettere persone in mezzo a una strada usando performance rubate.

Dall’altra parte c’è l’argomento economico, e non è banale: chi difende questi strumenti sostiene che molte produzioni non nascono perché manca il 20 o 30 per cento del budget, e che abbattere i costi farebbe partire film che altrimenti non vedrebbero mai la luce, mettendo al lavoro più persone, non meno. Il sindacato, consapevole di non poter fermare la tecnologia, sta valutando soluzioni di ripiego, tra cui una sorta di “tassa” da far pagare agli studi ogni volta che usano un performer digitale.

E poi c’è il dato che, da osservatore, trovo il più rivelatore di tutti: a oggi il 56 per cento degli spettatori dichiara che un attore AI non sarà mai bravo quanto uno umano. Solo il 7 per cento pensa che ci siamo già arrivati.

Qui torna Seneca, che mi accompagna spesso in queste riflessioni. Diceva che non è che abbiamo poco tempo, è che ne sprechiamo molto. La tecnologia non ci toglie il tempo, ci costringe a decidere dove metterlo. L’AI farà sparire mansioni (gli effetti ripetitivi, le scene di sfondo, i lavori di pura esecuzione), questo è certo. Ma quel 56 per cento ci dice un’altra cosa: ciò che il pubblico cerca in un film non è la perfezione tecnica, è l’esperienza umana dietro. L’emozione vissuta, la storia che qualcuno ha avuto il bisogno di raccontare. La macchina può imitare il volto. Non ha, per ora, niente da raccontare.

Quello che penso, da chi costruisce cose

Ho venduto un’azienda costruita in oltre vent’anni, e ho imparato una cosa che vale anche qui: gli strumenti che abbassano la barriera d’ingresso non distruggono il valore, lo spostano. Quando chiunque può girare un film dalla cucina di casa, il film in sé smette di essere il bene raro. Il bene raro diventa la visione, il gusto, la storia che merita di essere vista. Esattamente come, nella mia favola della sera, l’AI mi dà la voce e i cani, ma il motivo per cui i bambini si addormentano sereni sono io, non lei.

Le domande aperte (di chi è l’opera, chi paga gli artisti su cui le macchine hanno imparato, cosa ne sarà di chi fa cinema per vivere) non sono dettagli da regolamento. Sono il modo in cui, come società, decideremo quanto valore diamo all’esperienza umana in un mondo in cui imitarla è diventato facile. Non ho la risposta. Ho però la sensazione che, come quasi sempre, vincerà chi userà questi strumenti per dire qualcosa di proprio, e non chi li userà per non dover più dire niente.

Il futuro del cinema, probabilmente, non è uomo contro macchina. È l’uomo che impara a dirigere la macchina. E la differenza, ancora una volta, la farà chi ha qualcosa da raccontare.


Nota di trasparenza: questo articolo è stato scritto con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale per la ricerca e poi rivisto e firmato da me. Mi sembrava il minimo, dato l’argomento.

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