L’Ultimo Impero: quando ballare era un’altra cosa

Airasca, Torino · 1992–2010

C’è una generazione di piemontesi che, sentendo quelle quattro note techno-progressive, chiude gli occhi e rivede le fontane, le cascate, le luci stroboscopiche. E i 25 chilometri di tangenziale percorsi come se fosse un pellegrinaggio.

Se sei cresciuto a Torino negli anni Novanta, il nome te lo ricordi ancora. Non è un ricordo vago, di quelli che sbiadiscono. È nitido: la fila fuori, il freddo della notte, l’attesa che era già parte del rito. E poi quella porta che si apriva su un mondo che sembrava impossibile, spropositato, quasi indecente nella sua grandiosità. L’Ultimo Impero non era una discoteca. Era una dichiarazione d’intenti.

Io appartengo a quella generazione. Ho ballato su quelle piste, ho sentito quegli impianti vibrare nell’aria, ho vissuto quelle notti con la leggerezza tipica di chi non sa ancora quanto velocemente passa il tempo. E oggi, guardando quella carcassa di cemento abbandonata sulla statale per il Sestriere, provo qualcosa che non è solo nostalgia. È lo strano senso di perdita che si prova quando un posto reale diventa soltanto un ricordo.

Un colosso nato per sfidare l’Europa

La storia comincia con un cantiere difficile. Tre anni di costruzione, vicissitudini, ritardi. La famiglia Onofri voleva qualcosa di mai visto in Italia, ispirandosi alla Baia Imperiale di Gabicce Mare. Il risultato fu inaugurato il 18 dicembre 1992 con il nome “Mitho Ultimo Impero” (poi semplificato per una disputa di marchio con un locale vicino) e quello che aprì non era semplicemente un club: era un’architettura del piacere notturno.

I numeri erano fuori scala per l’epoca:

  • 4 piani
  • 7 piste da ballo
  • 9 bar
  • Area interna: 7.000 m²
  • Area esterna: 12.000 m²
  • 7 fontane e 2 cascate
  • Impianti da 50.000 watt all’interno, 20.000 all’esterno, 10.000 nel privé
  • Capienza: fino a 8.000 persone a serata

Per un periodo l’Ultimo Impero fu ufficialmente la discoteca più grande d’Europa. Si chiamava “Disco Tempio” non per vanteria, ma per descrizione fedele.

La musica che ha cambiato una generazione

L’inaugurazione del 18 dicembre 1992 vedeva in console Pietro Villa, Claudio Coccoluto, Claudio Diva, Stefano Secchi e Manuel Bagnoli, coordinati dalla regia artistica di Pinina Garavaglia. Non male per una prima sera. Nei sei anni successivi, la consolle dell’Ultimo Impero divenne uno dei posti più ambiti d’Italia per qualsiasi DJ che volesse affermarsi.

I nomi che hanno fatto vibrare quelle sette piste:

  • Gigi D’Agostino (1994–1998, techno-progressive)
  • Claudio Diva (1992–1998, techno-progressive)
  • Manuel Bagnoli (1992–1996, dance-techno)
  • Alberto Esse (1994–1995, techno-progressive)
  • Daniele Gas (1994–1995, techno-progressive)
  • Lello B. (1996–1997, techno-progressive)
  • Maurizio Benedetta (1996–1998, techno-progressive)

Vocalist: Superpippo, Joe Tequila, Gradiska.

Tra questi, uno ha lasciato il segno in modo indelebile: Gigi D’Agostino. L’Ultimo Impero fu letteralmente il trampolino da cui il DJ torinese divenne una leggenda della musica elettronica europea. Ma non solo lui: Claudio Diva, Daniele Gas, Lello B. Nomi che oggi fanno parte della storia del clubbing italiano, costruita su quelle piste.

La caduta: droga, biglietti e fine di un’era

I migliori anni durano sempre meno di quanto vorresti.

Nel 1996 un blitz delle forze dell’ordine portò al sequestro di ingenti quantità di droga e di biglietti contraffatti. La discoteca fu chiusa per due mesi. Fu, come spesso accade, l’inizio della fine. Non perché il locale non riaprisse (riaprì) ma perché quel tipo di chiusura lascia un’ombra, cambia la percezione, sposta il centro di gravità del divertimento altrove.

La cronologia del declino:

  • Luglio 1998: prima chiusura definitiva dell’Ultimo Impero
  • Settembre 1998: riapertura con nuovo nome, Privilege
  • Anni 2000: altri due cambi di nome, Templares e poi Royal Fashion Club
  • 2007: fine delle attività sotto questi nomi
  • 2010: ultimo evento. Poi il silenzio
  • 2018: messa all’asta. Nessun acquirente

Tre nomi, tre tentativi di ritrovare una formula vincente. Nessuno raggiunse mai il fulgore del passato.

Quello che resta

Se oggi passi sulla statale 23 in direzione Sestriere, lo vedi ancora. La struttura è lì, consumata dal tempo, le finestre vuote come orbite, i muri scrostati. Dal 2010 solo abbandono, vandali e qualche fotografo in cerca di atmosfere post-apocalittiche.

Nel 2018 è stato messo all’asta, ma nessuno ha voluto comprarlo: troppo grande per qualsiasi riconversione sensata, i costi di ristrutturazione sono proibitivi. Nel 2015, tra quelle macerie è stato girato anche un cortometraggio di Danilo Monte, intitolato proprio “Ultimo Impero”, presentato al Seeyousound Festival di Torino. Un uomo e una donna che trovano riparo tra i resti di un mondo che fu. Difficile immaginare metafora più precisa.

C’è qualcosa di profondamente malinconico nel vedere un posto dove hai vissuto dei momenti ridotto a scheletro. Ma forse è proprio questo il punto: certi posti non muoiono davvero finché c’è qualcuno che li ricorda. E l’Ultimo Impero, in questo senso, è ancora vivo in migliaia di teste torinesi che a volte, su Spotify, incrociano una traccia techno-progressive del ’96 e per un secondo sono di nuovo lì, con vent’anni e tutta la notte davanti.

La storia dell’Ultimo Impero è anche la storia di un’epoca: quella in cui la discoteca era un rituale collettivo, un luogo fisico insostituibile, un’esperienza che nessuno streaming poteva replicare. Oggi quel mondo non esiste più, e non solo per colpa di un singolo locale. È cambiato il modo in cui viviamo la notte, la musica, la socialità.

L’Ultimo Impero ha avuto il privilegio (e la sfortuna) di essere talmente grande da non poter scomparire nell’anonimato. Continua a stare lì, visibile a tutti, monumento involontario a qualcosa che non torna. E forse è giusto così. Alcune cose meritano di restare come fantasmi, come promemoria concreti di quanto eravamo capaci di costruire, e di quanto velocemente tutto può finire.

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