Sigle dei cartoni animati anni ’80: perché erano (e restano) dei capolavori

Bastano tre note. Tre note e mi ritrovo seduto sul tavolo della cucina, merenda in mano, occhi spalancati sul televisore, in quel momento sacro del pomeriggio in cui la scuola era finita e cominciava il vero programma della giornata. Chi è nato negli anni Settanta lo sa: le sigle dei cartoni animati non erano un accompagnamento, erano un rito. E come tutti i riti, avevano una potenza che andava ben oltre la musica.

Oggi, da adulto, da padre, da appassionato di tecnologia e di musica, mi capito di chiedermi una cosa: perché quelle canzoni funzionavano così bene? Perché a distanza di quarant’anni le cantiamo ancora a memoria, parola per parola, mentre fatichiamo a ricordare un tormentone uscito sei mesi fa? La risposta, come spesso accade, è più affascinante di quanto sembri.

Un’anomalia tutta italiana

Partiamo da un dato che pochi conoscono. A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, l’Italia visse una vera e propria invasione di anime e cartoni giapponesi. Oltre un centinaio di serie animate furono acquistate sia dalla RAI che dalle moltissime reti locali, al punto da fare del nostro Paese uno dei maggiori importatori mondiali di animazione dal Giappone.

Qui nasce la prima grande peculiarità. A differenza delle produzioni americane, spesso prive di brani cantati, gli anime giapponesi arrivavano con basi musicali che i compositori italiani rielaboravano con testi nella nostra lingua. In pratica, tranne rari casi, le nostre sigle erano rifatte o riadattate da zero. Non una semplice traduzione, ma una ricreazione. Ed è proprio in questo spazio creativo che è successa la magia.

Mentre il bambino giapponese ascoltava una cosa, il bambino italiano ne ascoltava un’altra, scritta apposta per lui, con un sound e una sensibilità tutti nostri. In alcuni casi il risultato superò perfino l’originale: la sigla italiana di “Ufo Robot Goldrake” cantata da Vince Tempera è considerata un capolavoro tale da essere apprezzata persino in Giappone.

I veri artefici: professionisti, non improvvisatori

Ed eccoci al cuore della questione, quello che secondo me spiega davvero tutto. Dietro quelle sigle non c’erano dilettanti che mettevano insieme quattro rime per intrattenere i bambini. C’erano musicisti autorevoli e professionisti di altissimo livello.

A comporre quei brani furono nomi come Vincenzo Tempera, Luciano Albertelli e Franco Migliacci (sì, lo stesso paroliere di “Nel blu dipinto di blu”). A interpretarli e produrli c’erano realtà come I Cavalieri del Re, Nico Fidenco, i Superobots e perfino gli Oliver Onions, gli autori delle colonne sonore dei film di Bud Spencer e Terence Hill.

Questo è un punto fondamentale. Arrangiamenti curatissimi, chitarre e bassi suonati da veri strumentisti, tastiere all’avanguardia per l’epoca, melodie costruite con criterio. La sigla de “Il Grande Mazinger”, per dirne una, entrò nell’Olimpo delle più amate proprio grazie all’uso di suoni elettronici che, per il momento in cui furono realizzati, erano avveniristici. Non era musica per bambini fatta con sufficienza: era musica fatta bene, che parlava ai bambini.

La grande “faida” creativa degli anni Ottanta

C’è un aspetto che adoro di quel periodo: la competizione. Negli anni Ottanta si consumò una sorta di rivalità creativa tra i Superobots e I Cavalieri del Re, una faida da cui, va detto, uscirono vincitori entrambi per pura qualità musicale.

Da una parte i Superobots, con la voce inconfondibile dall’accento inglese di Douglas Meakin, firmarono pezzi come “Il Grande Mazinga”, “Supercar Gattiger”, “Daltanious”, “Starzinger” e “Gordian”. Dall’altra I Cavalieri del Re, guidati da Riccardo Zara, risposero con “Lady Oscar”, “L’Uomo Tigre”, “Kimba il leone bianco”, “Yattaman” e “Gigi la trottola”.

Proprio “Lady Oscar” dei Cavalieri del Re raggiunse il settimo posto della hit parade del 1982, un successo tale da spingere il gruppo a incidere un intero album dedicato alla Rosa di Versailles. C’è anche un aneddoto che amo: la melodia della sigla di “King Arthur” era stata originariamente composta per “Vicky il vichingo”, ma fu scartata e poi riadattata. La creatività, quando è vera, non si butta mai via.

Quando le sigle battevano i big della musica

Se pensate che fossero un fenomeno di nicchia, sbagliate di grosso. Le sigle non erano solo televisione, erano un colossale fenomeno discografico.

Qualche numero che fa girare la testa: “Heidi” del 1978, cantata da Elisabetta Viviani, vendette 1,6 milioni di copie, piazzandosi al terzo posto tra le sigle più vendute di sempre. “Lady Oscar” dei Cavalieri del Re scalò le classifiche dei singoli nel 1982, e “Georgie” di Cristina D’Avena arrivò al sedicesimo posto della classifica del 1984. Parliamo di brani che spesso superavano nelle vendite il pop “serio” dell’epoca.

E poi c’è lei, ovviamente. Nei primi anni Ottanta Cristina D’Avena fece irruzione nel mercato e lo cambiò per sempre. A partire dal 1981 ha inciso qualcosa come 700 brani, di cui quasi 400 sigle. Un fenomeno industriale, prima ancora che musicale, che ha attraversato generazioni intere fino ad arrivare a “Sailor Moon” nel 1995, con i testi di Alessandra Valeri Manera capaci di catturare tutta la magia e il romanticismo della serie.

Perché ce le ricordiamo ancora

Allora, qual è il segreto? Perché queste canzoni si sono stampate in modo indelebile nella nostra testa? Provo a mettere insieme i pezzi.

Primo: erano costruite con melodie accattivanti e ritornelli impossibili da dimenticare, frutto del lavoro di professionisti veri.

Secondo: avevano testi semplici ma evocativi, capaci di raccontare l’intera storia del cartone in pochi versi. Non erano riempitivi, erano sintesi narrative perfette.

Terzo, e forse il più importante: erano legate a un momento preciso e ripetuto delle nostre giornate. Quel rito pomeridiano, quotidiano, condiviso. Bastavano poche note per creare un legame che il tempo non ha sciolto.

C’è un motivo, infine, per cui ne scrivo con tanto trasporto. Ascoltare una di quelle sigle non è cedere alla malinconia, è esattamente il contrario. È un tuffo nel passato che ci riconsegna, per qualche secondo, i bambini che eravamo. E non è un caso che oggi, ai concerti di sigle storiche, adulti e bambini cantino insieme le stesse parole. Io stesso me ne accorgo guardando i miei figli, Viola ed Enea: certe melodie hanno una forza che salta le generazioni.

Quelle sigle erano dei piccoli capolavori. E i capolavori, per definizione, non invecchiano.

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