Negli ultimi mesi si parla continuamente di Intelligenza Artificiale Generativa. C’è chi la vede come una rivoluzione totale, chi come una minaccia per il lavoro umano e chi, più pragmaticamente, come l’ennesimo strumento destinato a diventare normale nel giro di pochi anni.
Ma cosa succede davvero quando persone e AI lavorano insieme?
Una delle ricerche più interessanti che abbia letto recentemente prova a rispondere con dati concreti e non con opinioni. Lo studio, condotto da Accenture Italia insieme all’HighESt Lab dell’Università di Torino, ha coinvolto 330 consulenti in un vero e proprio “clinical trial organizzativo” per capire come l’AI stia modificando performance, stress, collaborazione e processi decisionali.
E i risultati sono molto meno banali di quanto si possa immaginare.
Il mito del team perfetto va ripensato
Per anni ci hanno insegnato che i team migliori sono quelli eterogenei:
junior e senior insieme, background diversi, approcci differenti.
La ricerca mostra però che, nell’era della GenAI, questo paradigma potrebbe cambiare.
I dati evidenziano infatti che i team composti da persone con seniority simile ottengono performance significativamente superiori rispetto ai team misti. Ancora più sorprendente: un singolo professionista supportato bene dall’AI può raggiungere risultati comparabili a quelli di un team eterogeneo.
Secondo gli autori dello studio, il motivo è semplice:
oggi l’AI genera già da sola una grande quantità di idee e alternative.
Il vero collo di bottiglia non è più “avere idee”, ma:
- scegliere rapidamente la direzione giusta
- convergere
- eseguire bene
- mantenere coerenza strategica
E qui entrano in gioco allineamento cognitivo, velocità decisionale e chiarezza operativa.
Fonte: “Consultant 3.0 – Ripensare la consulenza nell’Era dell’AI attraverso la sperimentazione”, Accenture Italia e HighESt Lab Università di Torino, 2026
L’AI non riduce lo stress. Il team sì.
C’è un altro dato molto interessante.
Durante l’esperimento, tutti i partecipanti hanno registrato un aumento di:
- stress
- frustrazione
- carico cognitivo
Insomma: lavorare intensamente con l’AI non è rilassante.
Ma i team hanno mostrato un effetto “protettivo” molto forte, soprattutto quelli omogenei per seniority.
In pratica:
lavorare insieme riduce il technostress.
Questo aspetto è importantissimo perché sposta il tema AI da semplice tecnologia a vero tema di benessere organizzativo.
Non basta più chiedersi:
“Quale AI usiamo?”
Bisogna iniziare a chiedersi:
“Come progettiamo il lavoro umano attorno all’AI?”
La scoperta più importante: lo strumento conta meno delle persone
Uno degli aspetti più sorprendenti della ricerca riguarda gli strumenti utilizzati.
I partecipanti potevano scegliere liberamente tra:
- ChatGPT
- Microsoft Copilot
- Amethyst Studio (piattaforma AI proprietaria di Accenture)
Risultato?
Nessuna differenza significativa nella qualità finale degli output.
Tradotto:
quando tutti hanno accesso all’AI, il vantaggio competitivo non è più lo strumento.
È il modo in cui lo utilizzi.
Questo punto, secondo me, è devastante per molte aziende che stanno investendo enormi budget solo sulla tecnologia senza lavorare davvero sulle competenze cognitive delle persone.
I top performer non fanno copy-paste
La parte più affascinante dello studio riguarda il comportamento dei migliori performer.
I professionisti con risultati migliori non usano l’AI in modo passivo.
Non fanno “copia-incolla intelligente”.
Fanno esattamente il contrario:
- interrogano continuamente il modello
- raffinano le richieste
- confrontano alternative
- riscrivono
- reinterpretano
- mantengono la direzione strategica
Gli autori definiscono questo approccio “T2”:
un’interazione iterativa e critica con l’AI.
In pratica, i migliori non delegano il pensiero.
Usano l’AI per amplificarlo.
La vera skill del futuro? La metacognizione
La conclusione più potente della ricerca è forse questa:
la competenza decisiva nell’era AI sarà la metacognizione.
Cioè:
- la capacità di riflettere sul proprio ragionamento
- verificare le idee
- correggersi
- migliorare continuamente il dialogo con l’AI
Secondo i ricercatori, il gap tra chi otterrà vantaggio dall’AI e chi no non sarà tecnologico.
Sarà cognitivo.
Chi utilizzerà l’AI solo per automatizzare attività rischierà di diventare rapidamente sostituibile.
Chi invece saprà usarla come partner cognitivo potrà aumentare:
- creatività
- velocità
- qualità decisionale
- capacità strategica
Il futuro del lavoro sarà molto più fluido
Lo studio introduce anche un concetto molto interessante:
“work without jobs”.
Il lavoro smette di essere legato rigidamente a ruoli statici e diventa un insieme dinamico di task:
- alcune attività svolte dalle persone
- altre dall’AI
- team che si formano e si sciolgono rapidamente attorno agli obiettivi
Non è fantascienza.
Secondo la ricerca, aziende come Unilever e Haier stanno già sperimentando modelli organizzativi molto più fluidi e decentralizzati.
La mia riflessione finale
La cosa che mi colpisce di più è che questa ricerca ridimensiona sia gli entusiasti estremi sia i catastrofisti.
L’AI non sembra sostituire automaticamente le persone.
Ma cambia profondamente:
- il modo in cui collaboriamo
- il valore delle competenze
- la struttura dei team
- il concetto stesso di produttività
E soprattutto emerge una verità molto umana:
le persone migliori non sono quelle che delegano tutto alla macchina.
Sono quelle che imparano a dialogarci meglio.
Fonti
- Accenture Italia & HighESt Lab Università di Torino, Consultant 3.0 – Ripensare la consulenza nell’Era dell’AI attraverso la sperimentazione (2026)
- Accenture, The Age of Co-Intelligence: How Humans, AI Agents and Robots are Redefining Value (2026)
- Harvard Business Review, A Systematic Approach to Experimenting with Gen AI (2026)


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